Paolino… o Paolo

Da “L’educazione degli adulti.” Franco Angeli, 2009

Marcello Bettoni, Racconto, cap I

 

I.  – Sì, certo, così è tutto più chiaro.

Lui sale in amministrazione, ed io me ne resto qui.  

Così è tutto più chiaro  

Stizza, dispetto, disappunto, ma anche quel senso dell’ineluttabile, del “logico che vada così”. 

La rabbia, però, rimane. 

 

Che debba dunque passare il resto dei miei giorni qui, in produzione? Non ne posso più. 

Gente vecchia, stupida, ignorante, che non ha voglia di far niente, soprattutto che non vede le cose, l’”organizzazione”, come la chiamo io… 

Già, l’esperienza, ma quale esperienza…? Se non riescono a vedere, a capire … lavorano qua da vent’anni ma ne so di più io che sono arrivato l’anno scorso. 

E allora, se non è l’esperienza, cos’è? La scuola? Bella cosa la scuola…

 

Brutti ricordi affioravano alla mente di Paolo. La scuola per lui era solo un insieme di immagini tristi, di fallimenti, di cose che non c’entrano con la vita, col lavoro, con i suoi interessi più vivi, come i motori, lo sport, le ragazze. Ovvio che poi uno lasci perdere. 

Ma dimmi te pensava Paolino (che rabbia quel diminutivo con cui lo chiamano sul lavoro, quasi a sottolineare che lui è senza esperienza, l’ultimo arrivato, mettersi in coda, prego), dimmi te se uno a sedici anni può preferire la vita di Leopardi a un enduro 750 da smontare, rimontare, pulire, coccolare…e tutti quei numeri, in matematica. Dovrebbero vietarla, la matematica nelle scuole…solo il necessario per fare di conto e non farsi fregare col resto… 

E giù a fantasticare… fossi io un professore, fossi io il mio capo reparto, fossi io il mio titolare, le cose girerebbero meglio, la scuola non sarebbe così assurda, il mondo sarebbe migliore… 

La settimana scorsa, l’ultimo scontro. 

Mettile lì, quelle taniche gli aveva detto il Piero, il suo caporeparto. 

Il Piero, il suo cruccio. Alto, brizzolato, quasi sessant’anni, occhi spenti di chi o è sempre stanco oppure la vita gli ha già dato tutto, il Piero era davvero la sua disperazione. 

All’inizio aveva pensato che se uno così era diventato il capo, a lui, a Paolino, sarebbe toccata in sorte, prima o poi ed inevitabilmente, la Presidenza della Repubblica.  

Non era un paradosso, ma una questione di proporzioni. Sentiva con ineccepibile chiarezza che se uno come il Piero, che a malapena sapeva pronunciare una frase intera in lingua italiana, lo avevano fatto caporeparto, per una pura questione di distanze e di proporzioni a Paolino non sarebbe potuto toccare niente di meno che il Quirinale. 

Perciò , speranze di promozione, di avanzamento, di aumento di stipendio, magari di cambiare reparto e salire in amministrazione – con le segretarie in minigonna – ce n’erano in abbondanza. 

Questo i primi tempi. 

Settimana scorsa, si diceva. Il Piero insisteva, le taniche le voleva ai bordi del vialetto. Così si faceva da sempre, e così voleva continuare a fare. Col Piero non si poteva discutere, perché inferiore a tutti in dialettica dopo il primo contraddittorio se ne andava, ti piantava lì con la tua considerazione inoppugnabile. Non serviva avere una, dieci, cento ragioni, tanto si doveva fare come diceva lui, e basta. Forse lo avevano messo lì anche per quello, perché col Piero era davvero difficile litigare. Mai alzava la voce, mai se la prendeva. Ottuso, anche nei rapporti. 

Sulle taniche, per esempio, la cosa era evidente. Metterle lì, ai bordi del vialetto, voleva dire restringere il passaggio. Ora, anche se raramente, tuttavia ogni tanto-diciamo una volta al mese, arrivava un camion di fornitori un po’ più largo dei soliti furgoncini. Camion che, proprio a causa delle taniche, non riusciva a passare. E allora? Indovina un po’ chi chiamavano a spostare le taniche? Lui, il Paolino, l’ultimo arrivato. 

Che in questo modo si sentiva doppiamente sbeffeggiato. Primo perché chiamavano lui, a fare il più stupido dei lavori, a spostare le taniche,  secondo perché lui l’aveva detto. 

Davvero così non si poteva andare avanti, e Paolino era deciso a cambiare qualcosa, nella sua vita. 

 

II.  Un giorno il Piero gli fa: Senti, mi ha detto la Marilena che devi salire su.

Laconico come sempre, il Piero, ma l’avviso era di quelli intriganti.  

Marilena era di per sé intrigante, anzitutto. Minigonna perenne, sui trentacinque, certo un gran bel vedere rispetto ai nati stanchi della produzione. Soprattutto Marilena voleva dire direzione del personale, cambiamento, miglioramento (giacchè peggiorare dal suo punto di vista non si poteva). 

La Direzione aveva deciso di vagliare i profili più interessanti e giovani, per creare una nuova figura di assistente alle vendite. Erano in lizza in tre, lui ed altri due ragazzi dell’ officina. Si pensava ad una formazione interna di almeno due anni, retribuita, con trasferte alle filiali estere ed ai grossi clienti insieme col venditore… La  vita stava cambiando, lo sentiva. 

Si era dato una sistemata e si era precipitato in Direzione. 

Il cuore gli andava a mille, gli sembrava di vederlo muoversi sotto la maglietta appiccicosa per il sudore e la trepidazione… 

Appena entrato nell’ufficio, gli parve di sentire un odore strano, come di caramello, di budino, qualcosa di dolciastro e nauseante a quell’ora di mattina e che soprattutto non c’entrava niente con un posto così.  

Non fu quella la sola sensazione sgradevole. L’altra era la minigonna della Marilena, sostituita da un anonimo paio di jeans. Una sensazione, tutto qua. Ma a volte siamo fatti di sensazioni, e quel paio di jeans (tutti in produzione portavano i jeans) gli parve un cattivo auspicio. 

 

Paolino, come sei messo col computer? 

Che domanda strana. Ma che c’entra il pc?  

Bene, son messo bene, scarico musica alla grande e mio fratello mi ha insegnato come si fa ad aprire un blog. 

–  Sì, ma Office? Lo conosci Office? 

–  Office? Dice Word? Certo che lo conosco. Chi non conosce Word?­ 

Office è anche Word, ma non solo…per esempio il foglio di calcolo… sai gestire gli ordini, le fatture? e dimmi, con l’inglese, come sei messo? Lo sai un po’? ­

 

Ecco, l’inglese no, proprio non lo doveva toccare. Davvero, non era colpa sua, ma delle professoresse, che ce l’avevano sempre avuta su con lui. Non tutte, ma quelle di inglese… 

Ehm…un po’ l’ho fatto a scuola…­ 

Vedi Paolino, la Direzione vuole valorizzare i giovani in azienda e pensiamo di sceglierne uno della produzione da avviare ad una carriera commerciale…sai molti contatti con i clienti, bisogna avere capacità relazionali, saperci fare insomma…ti sentiresti all’altezza? ti interesserebbe?­ ­–

–  Certo…sì… 

Ti faremo sapere, vaglieremo i profili e poi ti faremo sapere, d’accordo?

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