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Abbiamo scritto questa storia come contributo ad un convegno su educazione e complessità, utilizzando lo storytelling come metodo ed
esempio, per superarela staticità di un saggio tradizionale in una prospettiva
multilineare, fluida, emotiva, creativa, che stimolasse la
riflessione e insieme il coinvolgimento.È la storia di Tommaso, docente di
Economia Aziendale, innamorato delle piattaforme di e-
learning e ossessionato dal controllo, nella vita e nella scuola.
Ma un piccolo cambiamento creerà grandi sconvolgimenti…

1. LA SABBIA SOTTO I PIEDI
Franava.
Come sabbia sotto i piedi, qualcosa, dentro di lui, franava.
Ricordava di quando era bambino, e suo padre lo portava con
sé a fare delle lunghe passeggiate sulla riva del mare, il sole
che abbrustoliva e la fatica di stargli dietro.
– Papà, aspettami…-
E lui no, quel pezzo di omone di unoenovanta, pancia
compresa, filava via dritto come una littorina, noncurante che
il piccolo Tommaso, di appena otto anni, sbuffasse a stare
dietro alla sua poderosa falcata.
E Tommaso faceva sempre lo stesso errore : siccome sentiva
l’acqua fredda, evitava di stare sulla battigia, dove la sabbia,
compatta e fresca, permette di camminare agevolmente.
Preferivacamminare all’interno, sulla sabbia morbida, dove il piede
sprofondava .
2. IL CONTROLLO
Trentadue anni dopo quella strana sensazione sulla sabbia,
quella cedevolezza sotto i piedi commista al senso di
abbandono, quell’angoscia di sentirsi scivolare via il treno
della vita non l’aveva del tutto abbandonato. Abituato a
programmare nel minimo dettaglio, a mettere in sequenza ogni
intervento per ricavarne un effetto desiderato, non riusciva ad
accettare la casualità, il disordine e l’imprevisto.
In ogni aspetto della vita, non solo a scuola.
Bianco o nero, niente sfumature, niente tonalità soffuse.
Il suo castello di certezze, di programmazione definita e
lineare, di rigorosa consequenzialità con cui a ogni intervento
didattico faceva seguire un effetto auspicato e atteso, erano per
lui una gran consolazione, la riprova di essere quell’architetto
della conoscenza (come amava definirsi) che costruisce la
personalità intellettuale dei suoi allievi nello scrupoloso
rispetto delle leggi della statica della mente umana.
Del resto la scienza è la scienza, – pensava – e ciò vale anche per
l’apprendimento.
Pertanto, ogni qualvolta l’imprevisto faceva capolino dalle
sue lezioni di Economia aziendale al Liceo socio-economico di
Pieve Vicentino, s’inquietava, riprovava quello smarrimento
costernato sulla spiaggia con papà, e s’innervosiva.
Da qualche tempo succedevano delle cose che lo agitavano, lo
spiazzavano. Forse erano sempre successe – così gli poteva
sembrare – ma solo da poco se ne rendeva conto, o forse erano
loro stesse che gli si ripresentavano con un’insistenza
cocciuta, quasi a svegliarlo da un torpore che lui – in tutta
onestà – non pensava proprio di avere. Ad esempio l’odore del
pachistano.
3. PROFUMI
No, non era quel lezzo acre e al contempo dolciastro che gli era
capitato di sentire nei bagni maschili, residuo di fumate non
proprio ortodosse di qualche suo allievo.
Si trattava invece dello sgradevole odore di Ismail Kahn, un
ragazzo di Karachi che gli avevano messo in classe ai primi diottobre. Odore che era impossibile non sentire, visto che le continue lezioni in laboratorio informatico richiedevano spesso un tutoring personalizzato, vale a dire sedersi a fianco
dell’allievo per guidarlo. E a quell’odore orientale di sudore,
misto a chissà cos’altro, Tommaso faticava ad abituarsi.
Ma alla fine ci si era abituato. Così anche i compagni di classe.
Ed era proprio una questione di abitudine, se quelli della
classe successiva, entrati in laboratorio, dovevano aprire le
finestre per aerare e per togliere quell’olezzo sgradevole cui
tutti i compagni di Ismail non facevano ormai più caso.
Tuttavia non era l’odore in sé che lo disturbava, ma quella
sensazione immancabile che si portava dietro.
Ismail si era presentato in classe un mese dopo l’inizio delle
lezioni, e come se non bastasse, non spiaccicava una parola in
italiano. Né capiva quello che gli si diceva. Una situazione
francamente grottesca, quale può capitare solo nella scuola
italiana, – pensava.
-Avrà anche un titolo equipollente, che gli dà accesso alla
classe IV, ma se non sa l’italiano, che senso ha inserirlo in
questo corso? – si chiedeva il professor Reis, con il raziocinio
e il buon senso che lo contraddistinguevano di fronte a tutti i
suoi colleghi e ai suoi allievi.
-Prima s’impari la lingua, poi segua il corso di Economia , di
Italiano, di Scienze … – una logica ineccepibile, una linearità
consequenziale, – come accade del resto nei paesi
anglosassoni, dove devi superare un esame di lingua inglese
se vuoi accedere a certi ordini di scuola.
I primi mesi era una pena : Ismail seguiva a bocca aperta, con
un’espressione ebete che infastidiva e innervosiva. Con quel
poco d’inglese che sapeva, Tommaso ci aveva provato, ma di
fronte ai concetti più ostici, i conti aziendali, la partita doppia
e la riclassificazione del bilancio, non c’era scampo : o impari
l’italiano, o niente.
Per la verità, qualche segnale che Ismail non fosse quell’ebete
che tutti avevano pensato venne ai primi di Novembre, alla
verifica di matematica. Ma il silenzio disarmato in tutto il
resto lasciava pochi margini al dubbio.
L’idea di Tommaso era chiara : per recuperare le competenze
(linguistiche e disciplinari) necessarie a seguire il suo corso, a
Ismail sarebbero stati necessari tre anni e mezzo, mese più,
mese meno. Questo secondo la scansione temporale della sua
normale programmazione – fatta con uno come me, un vero
professionista dell’architettura della conoscenza…
Sennonché Ismail aveva iniziato a fare amicizia con Giacomo e
Ivano, i due ganzi della classe, e da qui un po’ con tutti :
insomma, un caso di felice inserimento di uno straniero in un
ambiente sociale italiano. E, proporzionalmente a questo
inserimento, era arrivato un miglioramento nella lingua parlata
e nel profitto, un po’ in tutte le materie, che aveva dello
sbalorditivo.
Addirittura, nell’ultima verifica sui conti aziendali Ismail non
aveva sbagliato nulla ed era stato uno dei migliori. Come si
spiegava?
Giacché questo fatto scompaginava le convinzioni di
Tommaso sulla linearità dell’apprendimento.
Nella sua mente c’era una timeline precisa, che fissava
contenuti (o competenze, come va di moda dire oggi) e tempi
di apprendimento in una precisa equazione lineare, grosso
modo esprimibile con
K = (i) t,
dove K sta per conoscenza, t per tempo e i è una variabile
all’incirca riconducibile all’intelligenza del soggetto.
Orbene, lo sconquasso di questa limpida ed apollinea visione
della mente umana in action era evidente : nemmeno
supponendo un valore abnorme di i – cosa del resto piuttosto
antipatica da fare – si poteva spiegare la crescita esponenziale
di K. Difatti, anche ammesso che Ismail, un pakistano
qualsiasi, fosse dotato di una intelligenza superiore – che
nervi, meglio della Paoletta, carina, studiosissima e di buona
famiglia, o di quel secchione dell’Andreoletti – una tale
crescita nel profitto complessivo si poteva spiegare.
Quindi, l’odore del pakistano gli richiamava una sensazione
sgradevole; qualcosa della sua concezione deterministica e
lineare, ordinata e causale dell’apprendimento, non quadrava.
E non si trattava di modelli di apprendimento, di didattica
attiva, cose di cui pure era consapevole: ad esempio sapeva
bene che conoscere significa costruire il sapere nella propria
mente, ordinare ed accomodare le cose nuove nelle strutture
mentali presenti, ordinare il nuovo che avanza nel nostro
personale armadio della conoscenza, suppergiù come si
sistemano i vestiti nel guardaroba.
No, non era quello: e nemmeno dell’uso delle tecnologie, su
cui era preparatissimo: anzi, era stato tra i fautori
dell’installazione del CMS per l’e-learning, ed era lui
l’amministratore del sistema.
E’ vero, in fondo questa concezione spiegava tutto il resto, gli
ottimi risultati dei suoi allievi italiani, ed Ismail , se andava
bene, un po’ era anche merito suo, no? Ma che questo fosse il
risultato inatteso di un metodo accuratamente studiato per
procurare risultati attesi ed auspicabili, questa era la ragione
del fastidio e dello smarrimento che l’odore di Ismail gli
procurava.
Qualcosa gli sfuggiva, la sua equazione non funzionava poi
così bene.
4. IL CORSO DI FORMAZIONE
Quel pomeriggio doveva andare al corso di formazione su “Ict
ed apprendimento”.
A lui, guru della piattaforma, mago di Moodle nonché signore
del podcast – mitiche le sue lezioni in mp3, liberamente
scaricabili da Itunes, – quel corso stava un po’ stretto, giacché
aveva pensato che il formatore avrebbe potuto benissimo
essere lui, almeno considerata l’insipienza tecnologica di
buona parte dei suoi colleghi.
Chi sarebbe venuto? Chi sarebbe stato il formatore?
In cuor suo sperava in qualcosa di rassicurante, sapeva che
avrebbe sentito parlare delle solite cose, la piattaforma, l’e-
learning etc, e così si sarebbe tranquillizzato che gli ultimi
avvenimenti, per quanto inspiegabili, erano solo un incidente
di percorso, nulla di poi così drammatico, che certo non
potevano minare la sua preparazione complessiva e la sua
lucida visione delle cose.
Ma la bella formatrice, una prosperosa signora bionda sulla
quarantina, sembrava saperla lunga.
– Colleghi, il Web 2.0 è la nuova frontiera, la rete del
terzo millennio, oltre le piattaforme, oltre gli
ambienti chiusi, gli applicativi client. Il Web 2.0 è
costruzione sociale e collaborativa della conoscenza,
apertura al mare della rete. Taggo ergo sum…
– Taggo, ergo sum? Carina questa, e pure la collega,
con quella farfallina tatuata sulla caviglia, pensava
Tommaso, mentre la vedeva zampettare tra una
postazione e l’altra, che cercava di aiutare gli
imbranatissimi suoi colleghi con Googledocs,
Mindomo ed Edu 2.0.

– Comeeee? Una piattaforma on web? Già pronta e non
da installare? Senza bisogno di un amministratore? –
pensò il Reis.
Era davvero troppo. Ci voleva pure questa. Si sentiva
esautorato. Se davvero passava questa idea del web 2.0, il suo
ruolo di admin del sistema veniva ad essere profondamente
intaccato. Non più la soddisfazione delle e-mail in automatico
a suo nome, non più le richieste di chiarimenti da parte delle
supplentelle sprovvedute, insomma il web 2.0 era una vera
minaccia alla posizione faticosamente raggiunta di sovrano
delle Ict.
E soprattutto, non più un ambiente chiuso, una interfaccia
familiare e delimitata, rassicurante per sé ed in fondo anche per
gli studenti, ma il mare magnum della rete come ambito
naturale di operatività.
Era chiaro, Tommaso stava perdendo il controllo. Non di sé e
delle sue reazioni, tutt’altro. Il controllo che perdeva era sui
processi di apprendimento dei suoi studenti, vedi Ismail,
sull’evoluzione tecnologica della rete – leggi web 2.0 – e sul
suo ruolo indiscusso – ma fino a quando?- di guru del
computer.
Ecco, sentiva la sabbia smuoversi sotto di lui, l’angoscia di
restare solo, di vedere allontanarsi le sue certezze, qualcosa che
cedeva e franava dentro, sotto, attorno, chissà dove, chissà
dove…
5. LE FARFALLE
La farfalla della Rai, quella sera, gli ricordava la caviglia
tatuata della bella formatrice. Una sensazione piacevole,
mentre la moglie finiva di rigovernare in cucina e la ragazza
finiva di fare i compiti. Gli erano sempre piaciuti i tatuaggi: li
trovava sexy su una donna, soprattutto se messi in alcuni
punti strategici, cui lui attribuiva un grande significato. E la
caviglia era proprio uno di questi. L’idea della farfalla, poi,
aveva un che di leggiadro, di svolazzante di qua e di là, come
quella gonnellina estiva, che girava di computer in computer
per spiegare e correggere.
Uno degli Angela, -ormai indiscernibili tra di loro –
conduceva il solito programma di approfondimento
scientifico, che lui seguiva fino a quando, immancabilmente,
si addormentava sul divano, e la Marisa lo svegliava per
proporgli la solita alternativa: o ti faccio la camomilla o te ne
vai a letto, perché di star qui a russare mentre mi rilasso
davanti alla tele, non se ne parla.
Quella sera però il tema lo aveva interessato fin dall’inizio: la
teoria del caos e della complessità.
Ohibò, che adesso una teoria scientifica sostenesse che tutto è
un gran casino, gli sembrava veramente così poco scientifico
ma al contempo così solidale col guazzabuglio che aveva in
testa e nel cuore (farfallina compresa), che non poteva
addormentarsi come al solito.
Attrattori, impredicibilità, frattali, emergenza, non linearità dei
modelli matematici, la spiegazione gli sembrava come al solito
fatta bene, e gli pareva davvero di capirla, anche se si sentiva
tanto come Ismail, alle prese con una lingua non sua.
Tuttavia una idea la capì benissimo: quella di interazione, di
ricorsività, di feedback: Una causa ed un effetto? Non funziona
sempre così. Anzi a volte causa ed effetto si scambiano i ruoli,
l’effetto ritorna sulla causa e determina sulla stessa una
variazione, e poi questa, variata, si riproduce sull’effetto, e
questo moltiplicato decine, centinaia, migliaia di volte quante
possono essere le cause o gli effetti di un sistema complesso,
in cui le variabili sono moltissime, imponderabili ed
imprevedibili.
Ecco, l’imprevedibilità, se anche nella dinamica dei fluidi,
nella meteorologia accade questo, beh, significa che anche io,
con Ismail ….
Sullo schermo a cristalli liquidi il prof. Prigogine, del Santa Fé
Institute, in una vecchia intervista rilasciata alla BBC, si
metteva a parlare prima del comportamento intelligente delle
formiche, e poi nientepopodimeno che dell’”effetto farfalla”.
Un sobbalzo sul divano. – Chee? Ancora farfalle? Basta per
oggi…- ma la sua attenzione era desta più che mai.
“ Il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare
un uragano dall’altra parte del mondo. Piccole variazioni nelle
condizioni iniziali possono portare a grandi variazioni nel
comportamento a lungo termine di un sistema complesso”. E’
questa la sensibilità di un sistema alle condizioni iniziali. E la
teoria della complessità, gli pareva di capire, sostiene proprio
questo, che il modello lineare e deterministico con cui la
scienza ha spesso inteso spiegare la natura, non funziona
sempre. Se una farfalla può causare un uragano, stiamo freschi.
Se la ridacchiava, il buon Tommaso. Se la ridacchiava davvero,
pensando a quel pezzo di figliola, la formatrice, allo
sconquasso – e che bello sconquasso – che avrebbe potuto
creare nella sua vita, se davvero… Che pensieri balordi, con la
Marisa che ciabattava per la casa coi bigodini in testa e la
maschera di cetrioli sulla faccia.
Saranno stati anche balordi, ma adesso le farfalle con cui fare i
conti erano diventate due, o forse tre. La prima, la più sexy,
sulla caviglia. La seconda, legata a questa, ossia l’apertura del
web 2.0, una minaccia al suo controllo dei processi, ma
funzionale ad una visione dell’apprendimento più…dinamica,
più interattiva, più complessa. E poi ce n’era una terza, che gli
sfuggiva ma era lì, quella della Rai, l’aveva appena vista,
uhmmm, l’uragano e la farfalla, sì. Una piccola variazione, un
grande effetto.
Andò a letto. Giornata pesante. Per farfalle tutto il giorno,
perfino la Vispa Teresa ne aveva conosciute di migliori. Si
addormentò di sasso, pensando a quella canzone di Iannacci
che faceva: ”Una bella dormita e passa tutto…”.
6. CAOS…O CONFUSIONE?
E invece non passò un bel niente. Passarono i giorni, sì, le
settimane ed i mesi, ma non quelle stramaledette farfalline ora
gli ronzavano per la testa, e tutti lo trovavano stranito, assente,
diverso, il prof. Reis.
– Tommaso, ma si può sapere che hai? Non stai bene? Caro, mi
preoccupi, sai? Non mangi più, sei sempre pensieroso, giù di
tono, c’è qualche problema che io non so? Qualche cosa che
dovrei sapere?-
La Marisa, premurosa come sempre, seriamente preoccupata per
il suo Tommaso, stava mangiando la foglia, qualcosa stava
succedendo a suo marito. Qualcosa di strano, preoccupante.
Piccoli segni, ma che nel quadro di una vita insieme, di un
carattere e di una personalità arcinoti, di una consuetudine
amata e rassicurante, quando emergono non passano
inosservati.
– Caro, ma che disordine la tua scrivania, ultimamente.
Perché non la metti a posto? Pignolino e
ordinatissimo come sei sempre stato…
– L’ordine è soggettivo, Marisa, mi serve per ritrovare
le cose, fino a che mi è funzionale, mi va bene così.

7. CAMBIA UNA COSA, CAMBIA TUTTO
Una piccola variazione nelle condizioni iniziali, un cataclisma
nella vita di una persona, una farfallina innocente e guarda
quello che può succedere…
Immerso nei suoi pensieri, il prof. Reis ad una cosa non poteva
rinunciare: alla sua pipatina sul sofà, dopopranzo, al ritorno da
scuola. L’odore profumato del tabacco coloniale si diffondeva
nel suo studio, permeava i muri della casa, perfino la Birba, il
bassotto di casa, lo sentiva e si metteva il musetto sotto la
zampa, quasi a turarsi il naso.
La pipa, un altro lascito di suo padre.
Da un po’ di tempo i pensieri gli turbinavano in testa con un
impeto, un disordine, una insistenza inusitati. Le camminate
sulla spiaggia, quella sensazione di perdere il controllo, che
tutto non fosse così logico e ordinato, prevedibile e
consequenziale. Da Ismail alla piattaforma, dalla Marisa alle
interazioni della vita…. Mah, è davvero complesso stare al
mondo- pensava, avvolto nella nuvola biancastra di tabacco
olandese.
E la Birba lo sogguardava, dal basso verso l’alto, il muso
prostrato sul tappeto, l’aria di chi in fondo si accontenta e non
si fa poi tante storie.
Ricordava, da bambino, quanto lo avesse desiderato, un cane. E
un gatto: E tutti gli animali del mondo. Tutti.
– L’arca di Noè, vorresti! Gli aveva detto la mamma- ma
non possiamo, viviamo in un appartamento, solo tre
stanze, dove li mettiamo?
Chissà perché Tommaso, da bambino, amava tanto gli animali.
Ricordava precisamente che voleva fare il veterinario. Li amava
tantissimo, li trovava teneri, indifesi. Meritavano tutto il suo
impegno, tutta la sua vita.
Poi un giorno era successa una cosa, molto spiacevole, che lo
aveva cambiato…
Suo padre, colpito dalle insistenze del piccolo per avere un
animale, ben sapendo di non poterlo accontentare, si risolse,
una bella domenica mattina, di fargli quantomeno una piccola
sorpresa.
– Svegliati pigrone, che ti porto in un posto che ti farà
felice…
– E che sarà mai?
– Beh, non ti piacciono più i cagnolini?
Cinque minuti dopo era già lavato vestito mangiato. Una
eccitazione incontenibile, un miracolo era successo, un cane
tutto per lui. Lo sapeva che suo padre era buono, che faceva di
tutto per accontentarlo. Mamma di là in cucina, silenziosa,
vuol dire che accettava, che era d’accordo.
Ricordava, Tommaso, che quella domenica di maggio pioveva.
Dal parabrezza della Seicento bianca non si vedeva molto, il
tergicristallo faceva un rumore sgradevole ma la felicità era al
culmine.
Faticarono a trovare il posto: una mostra canina, tanti
splendidi animali, uno più felice dell’altro. Non quei poveri
cuccioli abbandonati da proteggere e difendere, di cui
prendersi cura, ma superbi esemplari di razze esotiche nella
loro toelette impeccabile, agghindati come faraoni.
– Volevo farti contento, qui i cani non li vendono,
sono in mostra, ma ne vedrai di bellissimi.
Voleva piangere, Tommaso. Ma non volle, si controllò per non
deludere il babbo.
Ma da quel giorno non pensò più agli animali. La sua vita non
fu più la stessa. Diventò più “uomo”, meno sogni, meno
romanticherie, svegliati Tommaso!
Il tabacco nella pipa stava finendo, la Birba continuava a
sogguardare, chissà che cosa sarebbe stata la vita senza quella
domenica mattina. Da quel giorno drammatico, almeno per lui,
non aveva pensato più di tenere un animale, né a fare il
veterinario. Cose più concrete, la banca sotto casa, il mito del
colletto bianco, Economia e Commercio, poi il concorso per
entrare a scuola.
Chissà che vita sarebbe stata…
Una piccola variazione, un grande sconvolgimento…
8. ANCORA FARFALLE…
.La sera Elisa, la sua secondogenita, tornò a casa imbufalita: –
Papà, ma come hai fatto a dimenticarti che uscivo alle 7,15
dalla palestra? Mi hai lasciato lì un’ora ad aspettarti, sotto la
pioggia…Guarda, lo dicono tutti, ultimamente hai il cervello
che va per farfalle…
Ridacchiava, il buon Tommaso.
L’Elisa, non sapeva quanta ragione avesse!

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